Leggere oltre il metodo della scrittura: In territorio nemico, di SIC

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Mica facile scrivere qualcosa su In territorio nemico. Mica facile.

Ho appena trascorso troppi antiecologici minuti ferma sotto la doccia, rimuginando sui miei pensieri, i miei giudizi. E allora, mi sono detta, la cosa migliore è partire dall’inizio.

Cioè dalla prima cosa, ossia: “perché ho deciso – desiderato – di leggere questo libro.”

Il motivo è particolare: l’autore di In territorio nemico è SIC, che sta per “Scrittura Industriale Collettiva”, che sta per 115 persone che lavorano su un unico romanzo. 115 teste, 230 mani. Con differenze di ogni genere, che lavorano per anni per realizzare un romanzo sulla Resistenza.

Ce ne è abbastanza per essere curiosi follemente e per dirsi: “Cavoli, che coraggio!”

E’ iniziata così: con la curiosità. Perché si potrebbe leggere In territorio nemico già solo per come è stato scritto. Un “come” affascinante, che sia condivisibile o meno. Io questo “come” l’ho scoperto alla presentazione al Salone del libro, dove ho scoperto che alla mia domanda “Ma come ci stanno 115 in una stessa stanza?” non c’era una risposta, nel senso che i 115 autori non sono, probabilmente, mai stati nella stessa stanza. Cioè, magari poi si sono visti per fare una festa, non so, ma la scrittura è avvenuta così:

via mail

con metodo

con squadre di lavoro

compiti precisi

tutto grazie a internet.

Ecco, è condisibile oppure no l’idea che c’è dietro, dicevo. Perché è evidente che c’è un’idea dietro alla scelta di cancellare la voce individuale (e il narcisismo scrittorio) e al pensare il libro come qualcosa di collettivo, industriale, che nasce come un’auto da una fabbrica, come un oggetto da una catena di montaggio.

I 115 nomi diventano quasi anonimato, una sigla, un… marchio industriale: SIC.

Io sono ancora legata a una scrittura individuale e all’amore verso scritture che hanno una voce molto riconoscibile, molto connessa all’autore. Io. Ma come dicevo, che sia condivisibile o meno, e io sono sul “meno, poco importa: non ci si può perdere la bellezza di un esperimento di scrittura così ambizioso, assolutamente non ci si può perdere qualcosa di così nuovo, di così vivo, di così bello.

Ma alla fine questa è la curiosità e la volontà di vedere quali sono le novità del contemporaneo, questo è l’inizio, prima di leggere.

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Quando leggi fai un passo avanti, perché smette di importarti del metodo con cui è stato scritto. Tra le mani hai un romanzo, una storia (molte storie, anzi), e che l’autore sia uno, siano centoquindici o cinquantamila chi ci pensa più?!
Pensi ad altre cose, ora. A goderti la lettura, tipo. E nel mio caso, che nella Resistenza sento fortissime le radici del mio oggi e della mia terra (che l’ha a lungo e pienamente vissuta), inizi con sospetto: una ritrosia timorosa di trovarsi di fronte a una delle tante narrazioni contemporanee che nei dolori del fascismo cercano una via facile per il patetismo.

E invece, sorpresa, no. Niente di tutto questo!

Storia, sì. Dolore, sì. Romanzo, sì. Questo sì: è un’avventura appassionante, ricco di personaggi reali, chi più chi meno (meriterebbe di essere letto anche solo per Aldo e Adele. Ma soprattutto Adele, cavoli, fantastica Adele!), emozionante modo contemporaneo di rivivere la nostra storia.

Un romanzo avvincente che inizi una sera e rischi di ritrovarti all’ultima pagina che, ormai, è l’alba.

Segue tre personaggi principali. Adele, il marito Aldo, il fratello Matteo. E’ il 1943 e sono una donna borghese rimasta sola e affamata a Milano, un uomo spaventato che si rifugia nella campagna, un soldato disertore che percorre l’Italia. Tre modi di affrontare la guerra e l’occupazione, modi diversi di accostarsi alla Resistenza.

E’ un quadro d’Italia decisamente “tosto”, di dialetti (molto presenti e mai tradotti, scelta da me molto apprezzata), di ceti sociali e ignoranze e convinzioni politiche differenti.

Mi veniva da sorridere, e arrossire, pensando alla politica fatta oggi di dibattiti futili in televisione, di insensate alleanze e divisioni partitite, mentre leggevo della scoperta di ideali e delle discussioni, di fronte a una minestra misera, con il pericolo oltre la finestra, parlando in dialetto, su diritti e socialismo e comunismo e anarchia.

E’ un bel romanzo, In territorio nemico. Perché collettivo, sì. In tanti sensi. Nella scrittura, nell’attingere a piene mani alla storia di un Paese.

Ma l’essere collettivo è, a mio parere, anche il suo difetto. Un piccolo neo. Il fatto di incappare in alcuni punti nell’errore che tanti romanzi storici fanno, ossia quello di voler raccontare tutto, ma così tutto!, da far risultare visibile lo sforzo.  Non so se vi è mai capitata, questa sensazione. Qualche spiegone, qua e là, tanti incontri fortuiti che ad arte ci presentano realtà diverse per comporre un puzzle d’Italia, una collezione completa.

Non so, forse è questa voglia di raccontare tutto che ha poi portato anche a qualche oscillazione del punto di vista. Per le prima metà della storia seguiamo il punto di vista di Aldo, Adele e Matteo. Poi, prima solo qualche frase, poi qualche paragrafo, poi anche di più, a volte ci ritroviamo nella testa di qualche altro personaggio: la madre, un tedesco, una ragazza, e così via.

Ecco, questo non mi è stato ben chiaro. Ma c’è da dire che io sono molto sensibile agli sballottamenti di narratore: quando leggo mi piace appollaiarmi bella comoda nel punto di osservazione scelto dall’autore. Per quello soffro poi un po’ il mal d’auto se ero nella testa di Aldo, a pensare come lui, a essere lui, e all’improvviso, per un paio di righe, senza reale giustificazione, divento i pensieri di sua mamma.

Insomma, l’anelazione alla collettività è un piccolo punto debole e un grande punto di forza di In territorio nemico. Un bel romanzo. Bello. La nostra storia. La Resistenza. Così piena e intreccio di radici della nostra democrazia, nonostante ogni tentato revisionismo del presente.

Una storia, un romanzo che, alla fine, risulta un racconto di persone… parziale, individuale… di uomini e donne di ieri, 1943-1945.

Che parla di giovani borghesi inconsapevoli e placidi, che si trovano costretti nella crisi ad affrontare scelte e ideali:

ecco

a pensarci bene

questi uomini e donne potrebbero essere anche di oggi, 2013.

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In territorio nemico
SIC, Scrittura Industriale Collettiva
minimum fax
308 pagine
15 euro
aprile 2013

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6 pensieri su “Leggere oltre il metodo della scrittura: In territorio nemico, di SIC

  1. Anche a me intriga parecchio il metodo. Io, per inciso, conosco uno di questi 115 pazzi, e prima di capire il funzionamento faticavo a capire in che misura fosse coinvolta. Lo capisco poco tuttora, ma è senz’altro un esperimento parecchio interessante.
    Prima o poi cadrò in tentazione…

    (I progetti a più mani, anche quattro, solitamente non mi convincono. Sono stato poco oculato nella scelta?)

    • Ho scritto a quattro mani con un’amica ed è stato molto divertente, però un esperimento e abbiamo idee molto chiare e molto dialogo su cosa ci piace e non ci piace 🙂 Tentare non nuove, io sono dell’idea che se si ama scrivere bisogna scrivere molto e anche alleggerirsi, scrivere anche “usa e getta”.

      Il metodo qui usato come ben saprai è decisamente diverso! Chi l’ha pensato ha una bella testa 🙂

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