“Rosa candida”, un libro che ci si potrebbe perdere

Rosa candida è un libro che ci si potrebbe perdere: non granché pubblicizzato (o almeno, poco è passato sotto i miei occhi miopi), scritto da un’autrice non solo sconosciuta, ma con un nome che non credo di poter mai imparare a pronunciare né a scrivere: Audur Ava Ólafsdóttir (che ha la “o” maiuscola accentata solo grazie al fatto che ho fatto copia-incolla dalla pagina di Einaudi…).

In più, ha una copertina che definirei “strana”. Un neonato addormentato, avvolto in una copertina. Tutto pelato e un po’ rossiccio. Solo a vederla mi era venuto un po’ di disagio, per motivi razionali (temevo fosse un romanzo su qualcosa di terribile&angosciante) e altri più intimi, legati a una personale inquietudine verso i libri sulla maternità.

Dato che mi metteva molto a disagio ho allungato la mano e l’ho afferrato per sfogliarlo. E questo, invece, non è affatto razionale…( ma è una cosa con cui ho imparato a convivere ;)).

Le cose che ho scoperto a prima occhiata sono che: Rosa candida non parla molto di maternità. Più che altro di paternità. Che l’autrice – e il protagonista – sono islandesi. E che il titolo non è una ineffabile metafora, ma ci sono davvero i fiori nel romanzo: le rose di un giardino antichissimo, parte di un monastero.

Ci sono molte più cose che, invece, ho scoperto durante la lettura.  Tipo che in Islanda c’è il muschio, e i mirtilli, e non il ghiaccio, ma aspre colate di lava.

Cosa c’è di più agghiacciante della roccia?

Una lettura tenue, avvolgente. Riafferma un’idea che da tempo mi sono fatta, ossia che i romanzi del Nord più nordico hanno una voce propria, una riflessività e ritmicità diversa da quelle cui sono abituata; la mia insegnante di greco delle superiori era solita ribadire spesso quanto la lingua di un Paese sia specchio della visione del mondo delle persone che la parlano, e credo sia questo il caso. Non nel senso che l’ho letto in islandese – non saprei nemmeno da dove cominciare, anche se una volta con lo svedese ho provato! – ma nel senso che senza una sola volta esplicitamente affermarla, Rosa Candida esprime una visione della vita serena, limpida, riservata. In parte fatalistica. Senza grande esigenze, con un amore per la natura, le proprie radici e le piccole cose della vita quotidiana quasi commovente.

Papà non crede alle coincidenze, o almeno non ci crede quando riguardano gli avvenimenti più importanti dell’esistenza: la nascita e la morte, per esempio. La vita non si accende e non si spegne così per caso, dice lui. Che il concepimento possa essere la conseguenza di un solo incontro fortuito […] lui proprio non riesce a capirolo. Non più di quanto capisca che a volte la morte è il risultato di circostanze imprevedibili, come una pozzanghera o un po’ di ghiaia dietro una curva.

Mi sono sentita a disagio nel vedere la copertina, sì, ma ancor più durante la narrazione, nel pensare alla mia vita esigente e frettolosa, a come le semplicità che il protagonista osserva sfuggano troppe volte ai miei occhi ciechi di fronte a queste cose.

Ma la sensazione di disagio, o inadeguatezza?, se è vero che porta a qualche personale riflessione (e forse  è questo che dovrebbero fare i grandi libri, no?), è comunque rasserenata dalla voce narrativa del romanzi: è uno dei romanzi più delicati che abbia mai letto, ha una capacità di trasmissione di tranquillità e tenerezza che raramente ho trovato.

E’ uno di quei romanzi che definiresti lenti. Ma non nel senso di noiosi. Nel senso di scene in cui ogni gesto ha un suo momento e una sua importanza. In cui ci sono i momenti per il silenzio, quelli per il corpo, quelli per le persone.

Uno dei personaggi del romanzo, padre Tommaso del monastero, ogni sera si beve un bicchierino e vede un film. Se vai da lui per un consiglio – sulla vita, sulla morte, sull’amore – lui ti risponderà consigliandoti qualche pellicola. E in realtà anche questo romanzo mi ricorda certe pellicole, quelle in cui osservi quasi incantato mani muoversi e gesti compiersi e piccole cose e silenzi. Il pranzo di Babette. Into the wild. Il grande silenzio. Il posto delle fragole. Lost in traslation. Per dirne alcuni.

Il protagonista di Rosa Candida si chiama Arnljòtur, che è un altro nome impronunciabile, ma molti lo chiamano Lobbi. Ha ventidue anni, le idee confuse e un sacco di insicurezze, i capelli rossi e una miriade di pensieri. Un gemello autistico e buono e un padre molto anziano e iperapprensivo, che lo vedrebbe bene all’università piuttosto che in una serra a coltivar fiori come invece desidera Lobbi, fedele a una passione condivisa con la madre morta in un incidente stradale. Lobbi ha anche una figlia, concepita “per caso in un quinto di notte” con Anna, una studentessa di genetica. Lobbi si allontana dall’Islanda, diretto a un imprecisato paesino del Nord Europa, dove risiede un monastero e un antichissimo roseto. E poi…

Rosa candida è un romanzo intimo e sognatore. Una nuvola di sensazioni e descrizioni soffici. E’ reale e semplice sulla crescita, senza incanti o sentimentalismi. Avanza senza scrolloni, senza colpi di scena. Con qualche difetto nella parte più centrale (per poi riprendersi).

Ma sarebbe davvero un peccato perderselo…


Rosa candida
Audur Ava Ólafsdótt
2012
Supercoralli
pp. 216
€ 17,00
ISBN 978880621013

Link:

Lo speciale di Einaudi

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22 pensieri su ““Rosa candida”, un libro che ci si potrebbe perdere

  1. L’ho letto ! per una volta che abbiamo un libro in comune ! Mi ricordo di una specie di road movie dove il protagonista ne esce ancora più candido se fosse possibile. Da noi, il libro è uscito nel 2010 (ho il libro sotto gli occhi) e la copertina non è orrenda come è spesso il caso per le copertine italiane 🙂

    Alex

    • Un libro in comune oltre i confini dello spazio ma soprattutto dell’editoria!XD
      Se non ricordo male in effetti sulla quarta di copertina è scritto che è passato prima dalla Francia e poi è arrivato anche da noi (che noi ci mettiamo sempre un po’, ovviamente, ma è perché per fare quelle copertine orride ci vuole impegno, che credi? Certe bruttezze hanno bisogno di sforzo tanto sono inimmaginabili…)
      La parte sul road movie è forse la più bellina, dopo c’è quella sul monastero che secondo me perde qualche colpo… Tipo nel realismo: tizio senza arte né parte che si presenta in un monastero per curarne il giardino e gli dicono “Ok, va benissimo. Tieni vitto, alloggio e stipendio.”
      Mmm.

      Buona giornata! 🙂

  2. Pingback: L’erba voglio « lepaginestrappate

  3. In wishlist.
    Amo le culture diverse da quella cui siamo abituati, amo lo spaesamento iniziale e la ricerca di un contatto più profondo…

  4. sono capitato per caso su questo blog cercando info sul libro per decidere se prenderlo. Se a qualcuno interessa, è l’offerta del giorno di amazon kindle, fino a mezzanotte si può scaricare l’ebook a 1,99 €.

  5. Mi trovo qui perchè da cinque minuti ho finito di leggere Rosa Candida…e sono rimasta un pò senza parole alla fine…non saprei ben definire ciò che mi ha lasciato questo libro in questo momento…sono molto perplessa…credo che mi lascerò del tempo per rileggerlo e riflettere su alcuni passaggi. Sono diversi i temi trattati…e quello della paternità, della ricerca di se stessi e di un amore profondo non verso una persona direttamente, ma verso il “tutto”!

    • Credo che in ogni caso la capacità di un romanzo di dar da riflettere sia un successo 🙂 personalmente ho amato molto alcune sensazioni e atmosfere, mentre alcuni ritmi narrativi mi sono piaciuti meno

  6. Colgo il tuo suggerimento e te ne dico alcune:
    1 il romanzo è delicato come petali di rose che ti sfiorano il viso
    2 se sei stato in Islanda credo sia inevitabile aver avuto la sensazioneche la natura ti compenetri, se hai provato questo quando poi leggi il libro certe descrizioni le senti sulla pelle. Se ci sei stato e l’Islanda non ti è piaciuta comunque potrebbe sempre piacerti il libro, ma non so, è come fare l’amore col profilattico
    3 se vai in giro per l’Islanda io consiglio i SIgur Ros nello stereo
    Infine lezioncina da sapientino che mi renderà parecchio antipatico: in Islanda non esistono i congnomi propri ma composti. La regola per le femmine è nome del padre più “dottir” quindi se ne deduce che il padre della nostra cara autrice si chiama Olaf (la esse spesso viene usata come il genitivo sassone). Italianizzando il tutto sarebbe Adur Ava figlia di Olaf. Per i maschi vale lo stesso principio ma si sostituisce il “dottir” con “son”, ad esmpio in islandese io sarei Filippo Raffaele(s)son. Meraviglioso no?

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