Liebe macht nicht frei, baby!, di Francesco D’Isa

Ricordate quando uscì nelle sale cinematografiche il film La caduta? Si trattava di una cronaca degli ultimi giorni di Hitler, quelli vissuti rinchiuso nel bunker: una cronaca spiccia e intima in cui veniva mostrato l’uomo (non il mostro, non il male incarnato) giunto alla propria fine.

L’approccio del film attirò tantissime critiche. Ebbero grande risonanza quelle poste da Wim Wenders che lo accusò di buonismo e di una mancanza di condanna di Hitler. Liliana Cavani sottolineò la mancanza di un messaggio nella rappresentazione della tragedia dell’uomo. In Israele vi fu addirittura un referendum per stabilire se consentire la visione del film nel Paese.

Questo perché, secondo me,  l’umanizzazione della figura di Adolf Hitler è ancora vista da molti come un colpo basso alla denuncia dei suoi crimini, piuttosto che una possibilità della denuncia di una colpa collettiva maggiore e di un’eventuale ripetibilità degli eventi. Se il leader non è un Diavolo sceso dal cielo per rendere la Terra un Inferno, ma un uomo fra uomini razionali, non è forse ancor più sottile la linea tra ciò che ogni giorno potremmo essere capaci di compiere e ciò che a parole condanniamo?

Eppure, film come La caduta, indagini storiche come quelli di Joachim Fest, romanzi di recentissima uscita come Lui è tornato di Timus Vermes o anche la breve graphic novel Liebe macht nicht frei, baby! di Francesco D’Isa testimoniano, con i loro approcci nuovi e incentrati sull’uomo piuttosto che sul “mostro”, un cambiamento nella visione dei crimini nazisti.

Non un orrore incarnato, un male per definizione che ha condotto intere popolazioni verso mostruosità inimmaginabili rendendole realizzate, ma un uomo – folle, sì – che ha attirato il sostegno e animato l’esaltazione e la convinzione di intere popolazioni. E’ la massa che ha celebrato gli orrori proposti da un uomo folle, e la massa è costituita da individui, ognuno dei quali li ha accolti, approvati, eseguiti.

Liebe macht nicht frei, baby!, che ho potuto leggere in anteprima la scorsa settimana, è un breve fumetto che racconta tutto ciò, che amplia il raggio di colpe e responsabilità. E lo fa in un modo nuovo, allegorico. E’ un ribaltamento del punto di vista, così come il titolo (“l’amore non rende liberi”) è un ribaltamento del noto slogan nazista Arbeit macht frei (“il lavoro rende liberi”).

Il punto di vista è infatti quello di Adolf Hitler che, giunto alla propria fine, scrive una lettera d’amore e addio ai propri amori: la Germania, i tedeschi che l’hanno accolto, acclamato, seguito, la sua adorata Eva.

E Adolf Hitler è, nelle parole e nelle immagini dall’inconfondibile tratto sinuoso di Francesco D’Isa (cui la copertina non rende giustizia), di volta in volta militare, poeta d’altri tempi, androgino ballerino…

Tanta era la vostra solitudine da credere di assistere alla danza di un dio, e non al grottesco
minuetto di un uomo.

Il fumetto di Francesco D’Isa è tanto breve quanto denso di significati attenti e scelti. “La caduta” è qui quella di un uomo che è stato acclamato come un dio, di un sogno infernale che è stata una speranza condivisa da infiniti uomini. Non l’opera di uno ma il progetto di molti di cui “l’uno”, Adolf Hitler, è il mezzo.

E’ una piccola perla “impubblicabile” che ha trovato una strada nel digitale e in Retina, progetto e piattaforma di distribuzione di “opere altrimenti invisibili”.

Premette Francesco D’Isa nell’introduzione: “Sia ben chiaro: non sono qui per elogiare Hitler, ma per seppellirlo. Per essere più preciso, sono qua per seppellire quel che è meno sepolto, ciò che chiunque, volente o nolente, condivide con lui.”

Dopotutto, l’orrore quasi mitologico di un mostro è più facile da controllare e accusare di quello insinuante, visionario, individualistico, di ogni uomo fra altri uomini.

E’ attraverso la vostra speranza che sono entrato.

*

Liebe macht nicht frei, baby!
Francesco D’Isa
Formato: pdf, epub, mobi, cbz
Pagine: 16
Colore: b/n
Lingua: italiano
Prezzo: €2.00

*

– Il sito personale di Francesco D’Isa

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6 pensieri su “Liebe macht nicht frei, baby!, di Francesco D’Isa

  1. Mmh.
    Comprendo e in parte condivido le riserve verso prodotti culturali che tendono a umanizzare Hitler. Vederlo come un mostro è più comodo, chiedersi perché, avere dei dubbi… non so, ci sono cose a cui preferisco non pensare. Anche se forse farebbe bene pensarci… argh, non lo so.
    Però la graphic novel pare interessante. La frase con cui hai concluso la recensione mi fa rabbrividire.

    • Mentre scrivevo questo post ho riletto un paio di volte il fumetto e son tornati i brividi anche a me.

      Io sono dell’idea che renderlo un mostro lontano possa essere qualcosa che lo mitizzi in modo distaccato, allo stesso modo in cui si bolla l’omicidio più efferato come l’azione di una mente folle.
      Nell’omicidio, come nei crimini di massa, eccetera c’è una grossa componente anche razionale – credo una sorta di razionalità nella follia – testimonianza di come l’uomo sia la creatura più in bianco e nero che esista. Altrimenti non si spiegherebbe perché crimini anche più orribili di quelli compiuti da adolf hitler (e milioni di altri con lui!, compresi gli italiani che fecero proprio razzismo e antisemitismo) siano anche oggi all’ordine del giorno.

  2. Molto tempo fa, alla fine di uno dei soliti documentari in bianco e nero che mandano sulla Rai in terza serata, veniva intervistato uno storico, vecchio, ingobbito e coi capelli bianchi. Dopo aver risposto alle solite domande comincia a dire a voce un po’ alta, mentre l’intervistatore cerca di chiudere: “Ma bisogna finirla con questa storia del male assoluto! Fu un processo storico nato e lucidamente portato avanti da esigenze politiche ed economiche! Altro che male assoluto!”. Ecco…leggerò la graphic novel 🙂
    P.s. sarebbe interessante vedere come la pensano in Germania…c’è tutta una letteratura sul senso di colpa e solo negli ultimi anni sembra che stiano uscendo libri un po’ più arditi…

    • Da come la vedo io, i tedeschi ci sono arrivati prima di noi. Han lavorato sulla colpa e sul mostro, adesso è il momento dell’uomo, forse.
      Gli italiani spesso sbolognano tutto con “le cose brutte le han fatte i tedeschi, da noi il problema era tra fascisti e non fascisti”, dimenticando che eravamo ben convinti come razzisti e antisemiti 😉

  3. questo del vedere i mostri più mostruosi di quelli che sono serve evidentemente a non vedere quel che di mostruoso c’è in ognuno di noi
    però è anche vero che “umanizzare” troppo certe figure sembra un modo di giustificarle o, dionescampi, di simpatizzare, in un mondo dove non s’è certo smesso di fare guerre e stragi e dove molti movimenti nazionalisti si rifanno apertamente, per esempio, al nazismo…
    come minimo ci si chiede: perché fare un film (o un libro) così? in alcuni casi non sarebbe meglio tacere oppure occuparsi d’altro?

    ma (come direbbe il vate) cos’è un lager?
    […] son baracche, uffici, orari, timbri e ruote, son routine e risa dietro a dei fucili […]
    non è che hitler ha fatto tutto da solo, eh…

  4. La cosa più terrificante della figura di Hitler è il fatto che comunque sia stato un uomo, un essere umano, capace di concepire una simile disumana aberrazione. Il male assoluto sta in questo, nell’umanità che misconosce e annienta se stessa. Cosa c’è di più inquietante della presenza del mostro nell’uomo? Ritengo che ricordare cosa l’uomo possa fare nel suo estremo negativo possa essere un monito fortissimo a non abbassare mai la guardia dinanzi al male.

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