Sangue in sala da pranzo, di Gertrude Stein [Libri sotto il ferro da stiro #5]

sangueinsala

In realtà c’è un imbroglio. Questa settimana il librino per Libri sotto il ferro da stiro è breve, sì, piccino, sì, ma ho impiegato tantissimo a leggerlo. Nonostante siano una settantina di pagine (e una trentina di introduzione).

Sangue in sala da pranzo di Gertrude Stein l’ho preso in mano tre volte, e alla terza rilettura ho iniziato a sentirmi a mio agio.

Dovete sapere, infatti, che questo sarebbe un mini racconto giallo ambientato in una casa di campagna, ma il fatto strano è che un racconto ispirato dal cubismo (l’autrice era vicinissima a Picasso e molti altri artisti). Cubismo e scrittura? Eggià. Niente linee e disegni, ma tanta destrutturazione.

“Io odio le frasi” disse Gertrude Stein e non so se una scrittrice possa realmente odiare le frasi, ma quel che è certo è che la Stein odia la punteggiatura, ama le ripetizioni, ama i riferimenti diretti al lettore e non gliene può fregare meno di qualsiasi regola.

In ogni caso, a una prima lettura di Sangue in sala da pranzo ero incredibilmente irritata. Mi sembrava che avesse esagerato, la Stein. Vabbe’ sperimentazione, ma qui si era oltre una possibilità di comprensione! A una seconda lettura ho scovato qualche bagliore di comprensione e in essi alcune frasi incantevoli. A una terza lettura mi sono rilassata, il giallo raccontato non lo capivo non lo capisco e forse mai lo capirò e mi sono semplicemente lasciata andare a questo flusso di parole. E così va bene.

Avevano una casa di campagna. Una casa in campagna non è lo stesso di una casa di campagna. Questa era una casa di campagna.

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Gertrude Stein
Sangue in sala da pranzo
a cura di Benedetta Bini
Sellerio
128 pagine

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Libri sotto il ferro da stiro: I libri passati sotto il ferro da stiro sono sottili come un’acciuga. Sono libri al di sotto delle 100 pagine, letture pensate e consigliate in particolare per chi ha poco tempo (tra un ferro da stiro e l’altro…).
Per suggerimenti: lepaginestrappate@hotmail.it

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9 pensieri su “Sangue in sala da pranzo, di Gertrude Stein [Libri sotto il ferro da stiro #5]

  1. In realtà il concetto del filone (per lo più poetico) portato avanti dalla stain riguarda il concetto stesso di parola, che (riprendendo Shakespeare “una rosa con qualsiasi altro nome avrebbe il suo profumo”) viene sviscerato in uno dei suoi più famosi versetti:
    Rose is a rose is a rose is a rose
    Loveliness extreme.
    Extra gaiters,
    Loveliness extreme.
    Sweetest ice-cream.
    Pages ages page ages page ages.

    La sua poetica è intrinseca al significato stesso delle parole, alla metalinguistica, l’idea che quando tutto è detto e fatto — e quindi stabilito —, una cosa è e rimane quello che è. Quando si attinge alla memoria per esprimere un concetto senza la giusta parola, l’oggetto del pensiero perde la sua identità e la Stein stava quindi cercando di recuperare quel concetto perduto.

    • C’è riuscita, però? 🙂 Non ne sono molto sicura. Io apprezzo particolarmente la Stein, e le riflessioni dietro alla sua scrittura, ma è vero anche un’altra cosa: quando si legge, si legge… l’intenzione è interessante come premessa, ma era anche intenzione scrivere un racconto giallo, di cui era appassionata. Una delle due cose manca.
      In ogni caso mi pare che questo testo si distacchi in parte dagli altri. Lo scrive dopo il successo, in un periodo di difficoltà a mettere parole su carta. E va oltre la sperimentazione, frammenta e destruttura totalmente.

      Le sperimentazioni di scrittura mi piacciono, le poetiche sono interessanti, ma qui siamo lettori goderecci e leggiamo nudo e crudo 🙂

      • Inzomma, l’Ulisse è lungo e complesso. Ma si legge. Io sono stupida e ignorante e leggere Joyce mi riesce.

        Qui siamo sulla sperimentazione che se ha valore solo come sperimentazione diviene piuttosto sterile. Gli intenti sono interessanti, la resa dei conti col risultato anche.
        Non sono categorizzazioni, è esattamente il contrario…

  2. Guarda, da un lato mi hai fatto venir voglia di leggerlo, perché mi piace l’idea di sperimentare con le parole.
    Dall’altro, a volte, penso che queste cose siano stupidaggini grandi per tirarsela un po’, perché l’arte visiva è più facile da guardare, anche se stramba, mentre un libro uno deve essere capace di leggerlo.

    • La Stein non penso se la tirasse – anche se sono d’accordo con te, che a volte sono stupidaggini per fare strano e anche nascondere mancanze (vd. ciò che ne penso di Cate, io…) – ma di certo sfora di molto nel poco accessibile. E’ un esercizio artistico più che narrativo e ha momenti molto belli, certo, chiamarlo racconto giallo mi pare un po’ arduo 🙂

      • Ho letto il tuo commento a “Cate, io” e ho capito molte cose. In primis che il caffè trasforma l’aria in dalmata! 😄
        Che poi è parzialmente il discorso che ho fatto io con Piperno. Non so se l’hai mai letto. Io ho letto “Persecuzione” e, sì, ha una scrittura fantastica. Ho capito perché ci scappa dentro il nome di Proust, quando si parla di lui. Però… però… la storia? Dov’è?
        Che poi, intendiamoci, l’uso della lingua di Piperno è molto diverso da quello di Cate, io… però un libro deve anche essere fatto di storia e di emozioni e coinvolgimenti e argomenti. Il solo testo secondo me non basta. Mai.
        L’esercizio di stile non me lo fai pagare 20 euri! 😄

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