[Cartoline dal quotidiano] Il fischiettio

DSCN50844 giugno 2013

Per una serie di circostanze, lei si trova lì. In attesa. Non sa bene per quanto. Eppure, nonostante il caldo della giornata e l’assenza di un orologio al polso che l’aiuti a conteggiare il trascorrere dei minuti, l’attesa non le pesa. Anzi, in qualche modo le è gradita: può prendersi del tempo per sé, perdersi dietro qualche fantasticheria.
Sorride di qualche pensiero proprio, lo rincorre. Poi, qualche istante dopo, si riscuote appena. E si accorge che accanto a lei c’è qualcuno.
Se ne accorge volgendo la testa verso destra, richiamata da un leggero fischiettare a pochi centimetri di distanza. Con la coda dell’occhio vede un uomo, i capelli grigi, gli abiti distinti, la pelle scura da fumatore. Sta fischiettando, note acute, non melodiche. Non sembra seguire alcun motivetto riconoscibile, ma sequenze casuali, disordinate.
Lei sorride leggerlemente, senza guardarlo in viso, poi torna alla propria attesa.
I minuti trascorrono, lentamente. Il fischio continua.
Continua.
Continua.
Acuto. Vicinissimo. Svogliato.
Pare condito di motteggio nel modo casuale di aggrapparsi a una nota, poi a un’altra, nel suo seguire un ritmo non riconoscibile e diseguale.
Poi lei si accorge che quel fischiettare è l’unica cosa su cui riesce a concentrarsi. Tanto che si chiede se non sia diretto a lei, così vicina – davvero pochi centimetri. Che motivo avrebbe di fischiettare, quest’uomo, in caso contrario. Non sta seguendo alcun motivetto. Solo un fastidiosissimo inesistente insistente ritmo.
Non essere paranoica, si raccomanda. Certo che non lo fa apposta per irritarti.
I minuti trascorrono ed ecco, lei si ricorda tutta a un tratto di quel leggero pulsare alle tempie che ha percepito al risveglio, quella mattina. Mi verrà il mal di testa, pensa. Lo so. Mi durerà tutto il giorno.
Lo può già sentire, accumularsi sottopelle, sotto il cranio…
Ma ci sono sempre stati tutti questi rumori? Improvvisamente le sembrano tutti riconoscibili e ugualmente fastidiosi. Lo sferragliare dei vecchi autobus sulla strana, il chiasso di una trivellatrice in un cantiere vicino, il cigolare frequente del cancelletto arrugginito.
Intrecciati al continuo fischettio.
Lei sbuffa. La fronte corrugata, la testa dolorante. Si preme due dita contro l’orecchio. Quello rivolto a lui, il destro.
Non può non accorgersene, pensa lei. Anche se non lo fa apposta.
Desidera spostarsi, ma teme l’inopportunità del gesto.
Il mal di testa è più forte, ora. Sta superando la soglia critica e lei sa che non la lascerà stare per molte ore. Muove appena il collo, perpepisce appieno tutto il proprio indolenzimento, i muscoli della schiena e delle spalle sempre troppo rigidi. Induriti e deboli.
E il fischiettare. Si sfrega le orecchie di nuovo. Sospira. Apre e richiude la bocca. Pronta a chiedergli di smetterla, per favore. Per favore, non è che può fischiettare mentalmente? O voltato dall’altra parte, ecco, non proprio contro il suo orecchio. E’ pronta a chiederglielo, decisa, ma poi richiede la bocca.
Si sente censurata dall’educazione, dal rispetto per la differenza d’età. Dal timore di apparire paranoica. Ma, soprattutto, all’improvviso sente di non volergli dare quella soddisfazione. Di dirgli che è effettivamente infastidita. Esasperata.
Che sente pulsare le tempie e i timpani a ogni fischio e fiato acuto.
Inspira, espira, si raccomanda.
Cerca di concentrarsi su qualcosa d’altro – qualsiasi cosa. Non funziona, non funziona affato.
Potrebbe spostarsi. Non di molto, ma appena un metro. Sarebbe ineducato, pondera… Ma poi… Ecco, grazie al Cielo. La sua attesa è finalmente conclusa. E’ il suo turno! Può allontanarsi!
L’assenza di fischio la accoglie morbida, un sollievo agognato. Nei minuti seguenti, sente i propri muscoli rilassarsi. Sbriga le proprie faccende con serenità, veloce. Il mal di testa appare domato, i rumori circostanti più lievi.
Che sciocca, pensa.
Le viene da sorridere, quasi. Sì, sorride. Prendersela per una tale piccolezza! Si rimprovera mentalmente. Come se davvero lo facesse apposta!
E’ una bella giornata di sole e il buon umore è sottopelle. Persino quando sale sull’autobus gremito e riesce miracolosamente a sedersi. Persino quando la folla sudata e chiassosa traballa a ogni curva e frenata, quasi schiacciandola. Il viaggio è lungo, ma lei è pronta a perdersi dietro qualche fantasticheria.
Estrae un piccolo libro dalla borsa e inizia a leggere. Pagina settantacinque. Forse farà in tempo ad arrivare a metà romanzo.
Sorride, legge, tutto è lontano.
Le pare anzi di sentire tra i propri pensieri il fischiettio, quasi a prenderla in giro per i suoi nervosismi.
Così vicino.
Così acuto.
Quasi come averlo acc – si irrigidisce. Non solleva nemmeno lo sguardo, il capo. Volge la coda dell’occhio alla propria destra e… è lui. E’ lì. Ancora lui. In piedi accanto al suo sedile, voltato verso di lei. La bocca appena più alta del suo orecchio.
A fischiettare un motivetto insistente.
Apparentemente casuale e senza intento.

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