Stoner di John Williams. E le donne di Stoner.

Ieri mattina, durante il caffè, ho dato prova delle mie grandi capacità dialettiche: cercavo di spiegare a mia mamma, con cui condivido alcune preferenze di letture, che libro mi avesse tenuta sveglia fino a tardi, ieri notte.

“Beh, cioè, sì. E poi c’è questo tizio che… beh, è un prof. E… no, insomma. Non succede nulla, a dire il vero, ma proprio nulla, però è PROPRIO QUELLO il bello, sai? Lui che non fa nulla, e, boh, cioè, lui è talmente normale che, cavoli, ti fa arrabbiare un sacco. Però un po’ lo capisci. Diciamo. Cioè, insomma, proprio un bel libro.”

Le stavo parlando di Stoner di John Williams. E non credo di averla particolarmente colpita. Al secondo cioè aveva iniziato ad accarezzare il cane. Al terzo nulla aveva preso ad annuire con aria stranamente meccanica.

E’ il problema di Stoner, questo. Come diavolo fai a consigliare un libro da una trama pressoché nulla, che parla di un uomo insulsamente normale che non fa nulla, che non ha alcuna intraprendenza che è… normale quanto può esserlo il grigiore dei palazzi di un’anonima città? Come fai, dico io. A sentirlo descrivere non ti verrebbe proprio voglia di prenderlo in mano.

Se io l’ho letto è solo per la postfazione scritta da Peter Cameron, preannunciata da Fazi in copertina: solo.per.quello. (A me Peter Cameron piace un sacco, giusto per chiarire).

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Leggerlo è stata una sorpresa. Dal sapore simile a quella provata anni fa, la prima volta che lessi Yates, con Easter Parade: e infatti sia Williams che Yates mi hanno colpita con emozioni tra le righe di una quotidianità grigia, con il realismo di un’America che non è solo un sogno splendente, ma è fatta di individui piccoli, e dei loro successi e molti fallimenti.

Anche se i romanzi di Yates secondo il mio gusto rimangono vari gradini al di sopra di Stoner, in termini di qualità, le esistenze prive di eventi non comuni da entrambe narrati hanno per me più potere di mille avventure. In effetti, un’altra somiglianza lega Yates e Williams, ossia il fatto che entrambi sono un autori che sono stati a lungo dimenticati e poi solo ora, dopo la loro morte, dopo decenni dalle loro pubblicazioni, riscoperti. Stoner, infatti, è un romanzo del 1965.

(Ora, se state leggendo e vi danno fastidio piccole rivelazioni sulla trama, chiudete qui questo post. Vi dico che Stoner m’è piaciuto molto, ciao, buona fortuna, leggetelo!)

Se lo leggete, credo saranno molte le cose che potrebbero colpirvi, in una storia fatta essenzialmente di niente, adagiata su eventi talmente comuni che fino a metà romanzo ci si chiede QUANDO accadrà qualcosa. Si resta in attesa di uno scossone – che venga dal mondo esterno o, finalmente, dal protagonista – perché non si può narrare davvero solo del nascere, vivere quotidianamente e morire, vero? E invece si può. E, se sai cosa vuoi raccontare, è decisamente abbastanza, questo “niente”.

Le cose che potrebbero colpirvi sono tante. Più di quelle che hanno colpito me, differenti, forse legate alle vostre esperienza personali.

Potrebbe colpirvi il racconto collaterale di qualche sguardo alla storia degli USA della prima metà del secolo, che avviene attraverso le persone; il sogno americano che si realizza in un contadino che diviene un professore universitario; le riflessioni e il modo di agire di uomini qualunque eppure di cultura, chiusi tra le mura degli edifici del sapere, distanti e al riparo dal mondo; l’inadeguatezza costante e la timidezza del protagonista, che nel “tutto scorre” della vita decide di adagiarsi su una barchetta e lasciarsi trascinare (altri decidono per lui quasi tutte le principali scelte della sua vita), senza mai bagnare i remi per provare a cambiare rotta o fermarsi…

Personalmente, c’è una cosa soprattutto che mi ha colpita e che mi ha portata a dire “sì, è un bel romanzo, bello”, quando ancora ero tentennante su alcune sbavature nella costruzione dei personaggi o sulla quieta tenerezza di una prosa troppo pacifica: le donne in Stoner. Anzi, le “donne di Stoner”: madre, moglie, amante, figlia. Poche – in un’ambientazione maschile, universitaria. Amate. O terribili. Più spesso, incomprensibili e lontane. La cosa che più mi ha colpita, è che se Stoner vive una vita placida e priva di conflitti e volontà, le donne più importanti della sua vita sembrano essere le uniche a subire la sua incosistenza.

Stoner è un uomo buono. E per la sua vita è abbastanza. Non vive una vita felice, ma nemmeno una vita triste o desolata. Per la vita delle persone che lo circondano, invece, essere buono non si rivela abbastanza.

La madre lontana da lui nel momenti in cui lui inizia l’università e che non osa nemmeno una lamentela.
La moglie – timida, chiusa, tremenda, nemica, lunatica, incomprensibile. Eppure… quando sposa Stoner rinuncia a un bellissimo e lungo viaggio e forse a sogni adolescenziali. Conosce il sesso come qualcosa di sconosciuto e dovuto, e l’amore come un’assenza di dialogo impossibile da colmare. Si vendica col marito di tutte le sue mancanze ed è insopportabile, pagina dopo pagina, meschinità dopo meschinità… Eppure. Ci sono anche i suoi fallimenti nelle pagine di Stoner, e i suoi desideri, chiusi in una condizione femminile di inizio Novecento soffocante.
L’amante costretta a trasferirsi, a lasciare lavoro e studi e vita, per non mettere a repentaglio quelli di Stoner.
La figlia che per uscire di casa e sfuggire a una madre opprimente si fa mettere incinta e si rinchiude in una depressa dipendenza dall’alcol.

Sono donne la cui vita bene o male dipende da quest’uomo e che nella propria esistenza subiscono le conseguenze delle sue mancanze. Ecco, è questo che maggiormente mi ha colpita. E non per una specie di femminismo a tutti costi, ma proprio come osservatrice: laddove gli atteggiamenti di Edith, la moglie di Stoner, mi irritavano più che mai, una parte di me pareva comprenderla nel profondo.

Dove molti lettori possono vedere “una parte di sé” in Stoner, l’uomo qualunque, io ero focalizzata su Edith, la donna insopportabile, frustrata, lontana e depressa.

In tutto ciò Stoner rimane placido, privo di iniziative. Sembra sempre osservare il mondo con malinconia eppure con una sostanziale incapacità di comprenderlo e cambiarlo, anche quando chi ama soffre o con lui è in conflitto.

Lui, semplicemente, placidamente… nasce, vive, muore.

Alcune felicità, alcune infelicità: un uomo qualsiasi.

Si ritrovava a chiedersi se la sua vita fosse degna di essere vissuta. Se mai lo fosse stata. Sospettava che alla stessa domanda, prima o poi, dovessero rispondere tutti gli uomini. Ma si chiedeva se, anche agli altri, essa si presentasse con la stessa forza impersonale.

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Tommaso Pincio su Stoner, Radio Capital
– Recensioni facciali: Stoner

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Titolo: Stoner
autore: John Edward Williams

editore: Fazi
collana: le strade
pagine: 334
codice isbn: 978-88-6411-236-7
data pubblicazione: 24/02/2012
prezzo in libreria: € 17,50 (ebook: 4,99)

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