Le piccole virtù

11 brevi scritti letti in:
– n. 6 viaggi in autobus
– n. 2 attese dal veterinario, piuttosto infruttose a causa della mia palla di pelo bianco di tre chili (altrimenti conosciuta come “cane”), impegnata a fare una scenata isterica disperata di fronte agli altri cani, impettiti ed educati, al massimo intimoriti dal luogo, che ci guardavano con sufficienza
– n. 3 pause caffè

*

Le piccole virtù di Natalia Ginzburg fa parte di “Libri che ho in casa e ho letto nell’antichità e non me ne ricordo una cippa“. L’antichità in questo caso è facilmente databile (2003), perché in quel periodo avevo preso da una mia insegnante, divoratrice di libri, l’abitudine di segnare nella prima pagina in alto a destra la data di inizio e di fine lettura. Su molti dei suoi volumi preferiti c’erano delle brevi colonnine: inizio-fine, inizio-fine, inizio-fine. Le diverse letture che si succedevano negli anni, quasi stratificandosi.

L’abitudine di datare l’ho persa, più per pigrizia che per altro, però non ho perso la sua stessa concezione del volume in quanto tale: niente di sacro, ma piuttosto qualcosa di profano, profanissimo! Su cui scrivere, annotare, infilare biglietti. Tenere in borsa e mangiarci su senza paura di sporcarlo.

Ma, tornando al 2003, ai miei sedici anni, soprattutto torniamo a Natalia Ginzburg: ricordo il periodo in cui la leggevo, era una delle mie “fasi”. Ad esempio c’è stato il periodo affascinato dai colori della letteratura sudamericana; quello incuriosito dal romanticismo inglese; quello meravigliato dalla forza narrativa russa. (C’è anche un periodo attuale, quello del realismo non pedissequo, dell’increspatura inattesa nella realtà, del surrealismo). Quello, invece, era il periodo degli italiani, soprattutto delle donne.

Elsa Morante aprì la strada. Dacia Maraini. Grazia Deledda.  Natalia Ginzburg. Soprattutto Natalia Ginzburg.  Tutti gentilmente offerti dalla biblioteca di casa: la mia edizione de Le piccole virtù, infatti, è datata 1974.

Ricordo bene la forza intimistica di scritti della Ginzburg come Lessico Famigliare (il mio preferito), ma anche di Le voci della sera e Caro Michele. Le piccole virtù, invece, mi sfugge. L’ho letto e dimenticato, tanto da non ricordare se ho masticato e sputato questi scritti raccolti (saggi, quasi racconti, descrizioni), oppure se semplicemente mi sono scivolati addosso con mia indifferenza, forse perché allora non avevano per me attrattiva. Troppo… malinconici? Troppo descrittivi? Troppo metaforici? Troppo rassegnati, in molti punti – la descrizione della vita dopo la guerra, le consuetudini della quotidianità e dei rapporti sociali- ? (e la rassegnazione è qualcosa che sempre digerisco con difficioltà).

L’attrattiva però la scopro oggi, e infatti le pagine si sono riempite di “orecchie” e foglietti. E appunti. Perché Le piccole virtù è un libro pieno, e bellissimo. Tanto che ora che l’ho ripreso in mano sento che farò fatica a liberarmene, a rimetterlo nello scaffale.

Non mi sarò persa qualcosa? Forse… quel passaggio, quella riflessione. L’ironia dietro una tristezza o un’apparente mitezza. Il dettaglio intimo di una narrazione di vita. Ci sono tanti bravi che vorrei rileggermi!, ancor più che ho amato.

Perché questi undici brevi riflessioni sono undici composizioni intrecciate, e la melodia comune è la vita: vita di donna, figlia, madre, amica, compagna, sopravvissuta, scrittrica, persona, viaggiatrice.

In Le piccole virtù Natalia Ginzburg ci racconta cose come i paesaggi. Il suo tono è asciutto, semplice, senza fronzoli. Mai inutilmente lirico. E trovo una meravigliosa lezione di scrittura il modo in cui nella descrizioni dei luoghi riesca a esplorare eventi (l’esilio in Abruzzo, le speranze deluse dalla morte del merito), ricordi, osservazioni (Londra, i londinesi).

E poi la dolcezza quotidiana in forma di contrappunto di Io e lui, sulla coppia, l’amore. La preziosa e modesta testimonianza di scrittrice in Il mio mestiere, col racconto delle prime scritture – da bambina, poi da adolescente.

Ho scoperto allora che ci si stanca quando si scrive una cosa sul serio. E’ un cattivo segno se non ci si stanca.

Ma la più commovente è la descrizione di una città che diventa il ricordo di un amico scomparso, Cesare Pavese, nel bellissimo Ritratto d’un amico. Un ricordo doloroso, ma ammirato. Umile di rispetto e devozione. Il brano a mio parere più bello di questa raccolta.

Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo, che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di ragazzo – la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancora non ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei sogni.

E’ morto d’estate. La nostra città, d’estate, è deserta e sembra
molto grande, chiara e sonora come una piazza; il cielo è limpido ma non luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come una strada, senza spirare umidità, né frescura. S’alzano dai viali
folate di polvere; passano, venendo dal fiume, grossi carri carichi
di sabbia; l’asfalto del corso è tutto spalmato di pietruzze, che
cuociono nel catrame. All’aperto, sotto gli ombrelloni a frange, i
tavolini dei caffè sono abbandonati e roventi.
Non c’era nessuno di noi. Scelse, per morire, un giorno qualunque di quel torrido agosto; e scelse la stanza d’un albergo nei pressi della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva, come un forestiero. Aveva immaginato la sua morte in una poesia antica, di molti e molti anni prima:

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
D’un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
Appiattati così come vecchia brace
Nel camino. Il ricordo sarà la vampa
Che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.


Le piccole virtù
Ginzburg Natalia
2005
ET Scrittori
pp. L – 146
€ 10,50
ISBN 978880617867
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10 pensieri su “Le piccole virtù

  1. C’è un periodo per ogni libro. Ho amato libri che, riletti, non mi hanno detto niente e, viceversa, ho abbandonato libri che quando ho ripreso ho letto tutto d’un fiato. Credo che rileggere sia una pratica molto salutare!

    • Oh sì, rileggere è qualcosa che personalmente sostengo 🙂
      E mi sono capitate entrambe le cose: libri che in un secondo periodo mi hanno conquistata e riscoprire delusioni in vecchi libri amati.
      Si cambia e si cercano cose diverse 😀

  2. Preso oggi in biblioteca. Avevo già letto e molto amato Lessico famigliare. Questo è il genere di libri che piace a me. Conosci i diari di Simone De Beauvoir o i suoi libri di memorie? Scrittura intimistica come la chiami tu. Se hai altri titoli di questo genere, passameli perché mi interessano.

    • Pure io mi sento molto in sintonia con queste scritture, Lessico Famigliare l’ho nel cuore 🙂 spero che anche Le piccole virtù ti possa piacere, sono curiosa di sapere che ne pensi.
      Simone de Beauvoir l’ho letta in Una donna spezzata e Memorie di una ragazza perbene: mi sono piaciuti tantissimo. Mi riprometto da troppo di procurarmi gli altri.
      Etty Hillesum è stata un’intensa scoperta, ultimamente. Diari, pure lei!

  3. L’ho solo iniziato, ne ho letto i primi tre scritti. Ritratto di un amico è una meraviglia. Mi è venuta voglia di leggere una biografia di Pavese. Oggi andrò a prenderla in prestito. Grazie del consiglio!

    • Pensa, io appena dopo aver letto Ritratto di un amico ho ripreso in mano “La luna e i falò”. Quel brano è incredibilmente commovente e intenso.
      Sono felicissima che ti stia appassionando 🙂 Grazie a te
      (e se trovi qualche biografia di Pavese meritevole fai un fischio!)

  4. In biblioteca di biografie su Pavese ce ne sono più d’una; io ho scelto “Quell’antico ragazzo” di Lorenzo Mondo che è del 2006. Un’utente di anobii che si dice esperta di Pavese giudica questa biografia “non la migliore ma neppure la peggiore”. Non è lunghissima, sono 200 pagine. Si può fare.

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