Sul piacere della lettura: Miele di McEwan

Ne ho parlato di prima di leggerlo. Non ne ho parlato dopo averlo letto, per intimità da innamoramento narrativo. L’ho inserito nei migliori libri letti nel 2012. E gli dedico le mie due righe da due lire solo ora, che l’ho riletto in una notte e poco più, come la prima volta.

Perché Miele è così, come quasi tutti i romanzi di McEwan: le pagine ti catturano, la trama di assorbe, i personaggi ti sembrano vivi e accanto a te (belli, brutti, amati, disprezzati, deboli, imperfetti), ed eccoti lì.

Che arrivi in fondo con la malinconia di averlo già concluso, come accade solo con quei libri che sono davvero belli e ti lasciano qualcosa.

Che leggi frasi belle; anzi, bellissime.

Che una capacità di narrazione così elegante e ricca ti intrappola in una ragnatela di parole. Ognuna al posto giusto. Limpida, lineare. (Si dice che le ragnatele siano più forti dell’acciaio).

Per Serena Frome, bella figlia di un vescovo anglicano, l’avventura sta tutta nei romanzi che divora uno dopo l’altro per sfuggire alla noia. Ma quando l’agenzia d’intelligence britannica MI5 la ingaggia come spia al servizio della guerra fredda, per lei il rischio e la passione si trasferiscono dalla carta alla vita.
«Miele» è il nome in codice dell’operazione cui deve prendere parte, Tom Haley quello del romanziere che ha il compito di adescare. Dovrà avvicinarlo, coprirlo di quattrini e segretamente assoldarlo alla causa dell’Occidente. Dovrà batterlo sul suo stesso terreno, quello della finzione. Non tradirsi. Non fidarsi. E perderà.

L’editore, Einaudi, ce lo racconta con queste parole; e la trama è all’apparenza complicata, perché presenta il romanzo come una spy-story. Io, che di spy-story in realtà mai ne ho lette, più che altro ho visto un romanzo su persone – una poliedrica e ricca carrellata di caratterizzazioni – che vivono alcuni aspetti della Guerra Fredda, un periodo che una persona del mia età conosce paradossalmente quasi solo per “sentito dire”: è una storia troppo lontana perché sia nel nostro vissuto, troppo vicina perché sia raccontata a scuola.

E allora ne vieni a conoscenza attraverso film, sguardi parziali, libri e thriller. Miele ce la racconta partendo dalle piccolissime cose – la storia fatta di persone – e narra aspetti peculiari, come le operazioni non militari ma culturali di quegli anni.

In un’interessante e imperdibile intervista con Marta Perego, McEwan dice:

«Serena ama le storie che hanno un cuore, che riflettono il mondo in cui lei vive. Io ho molta sintonia con questa visione. Tom, che è uno scrittore ama i trucchi letterari, i giochi di parole, ama Calvino, Borges, Pynchon. E io condivido anche questo. In questo libro ho
voluto unire i due elementi anche perché dal romanzo, oggi (quarant’anni dopo le sperimentazioni degli anni Settanta) vogliamo entrambe le cose: una storia che ci faccia sognare e una sostanza letteraria che faccia pensare».

Questa, oltre alla trama intimistica e appassionante, alla ricostruzione storica e ai fatti, è secondo me la chiave di volta di Miele: se Espiazione era un romanzo sulla scrittura, Miele è innanzitutto un libro sulla lettura, come piacere e come mezzo di comunicazione, nelle sue possibili declinazioni:

1) Serena è una lettrice famelica desiderosa di trame vive e storie d’amore, specchio della stessa passionalità dei lettori del romanzo;

2) Tom è uno scrittore che cerca qualcosa di più nella narrazione, la trasmissione di significati e contenuti profondi, quegli stessi che Miele riesce a trasmettere;

3) l’MI5 è un progetto dei Servizi Segreti per sostenere gli scrittori che nelle proprie opere espongono una visione del mondo conforme agli interessi del governo… la sua stessa esistenza è la prova del potere che hanno le parole.

Insomma.

C’è la Guerra Fredda. Ci sono gli anni Sessanta, quelli borghesi però. C’è l’amore, per vari e diversi uomini. C’è una ragazza normale che fa un sacco di casini, come in Espiazione. Ci sono i libri. C’è uno scrittore giovane ed esordiente, che assomiglia a McEwan, con una finezza che mi ricorda il capitolo (amatissimo!) sulla scrittura autobiografica in Più lontano ancora di Franzen. C’è l’atmosfera inglese – dell’università, della campagna, della capitale, di una piccola cittadina sul mare.

E c’è il gioco.

Il  gioco narrativo di storie a Matrioska del cui significato e complessità ha – benissimo – detto 404: file not found in un articolo comparso anche su Pubblico. E il gioco narrativo rappresentato dal romanzo in toto, in cui McEwan ti incastra e, lasciandoti sbigottito, con un colpo di spugna alla fine cancella tutti i possibili dubbi del lettore. Resta solo l‘innamoramento.


Miele
Ian McEwan
2012
Supercoralli
pp. 368
€ 20,00
ISBN 978880621405
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10 pensieri su “Sul piacere della lettura: Miele di McEwan

  1. E immagino che, nella mia irrazionalità, fossi in cerca di qualcosa, una versione di me stessa, un’eroina in cui potermi infilare come ci si infilerebbe un paio di care vecchie scarpe. O una camicetta di organza di seta. Perché era la parte migliore di me che inseguivo.

    Quoto in toto, una lettura che definire bella è poco.

  2. Pingback: Miele | Slumberland

    • Solar ingranava mica tanto… Però poi m’è piaciuto 🙂 Questo mi ricorda per molti versi Espiazione, a dire il vero. Similarità di impostazione, voce femminile e contesto storico non contemporaneo. Se ti è piaciuto quello potrebbe non deluderti 🙂

      Chiara

      • Eh, non voglio fare il “cruskero” 🙂
        ma pure Espiazione, accidenti, ha una prima parte bellissima e una seconda non all’altezza.
        Il giardino di cemento e Bambini nel tempo, capolavori assoluti.
        Ma a Ian si perdona (quasi) ogni cosa. 🙂

  3. “Miele è così, come quasi tutti i romanzi di McEwan: le pagine ti catturano, la trama di assorbe, i personaggi ti sembrano vivi e accanto a te (belli, brutti, amati, disprezzati, deboli, imperfetti)…”. Leggo spesso pareri entusiastici come il tuo. E leggere di questo “Miele” sulle tue pagine strappate mi ha fatto anche venire voglia di leggerlo. Eppure ogni volta che ho letto McEwan mi ha sempre un po’ deluso. Non so, lo trovo manieristico, un po’ goffo nel suo tentativo di cercare di conferire dignità a episodi di vita in fondo spesso tristi e banali. Privo di ironia. Ho letto “Sabato” e “L’amore fatale”, ma non mi hanno catturato. Forse ho sbagliato scelta?

    • Mi hai fatto venire subito in mente che pensa di McEwan il nostrano Baricco. http://einaudiso.wordpress.com/2012/08/31/alessandro-baricco-chesil-beach/ Magari trovi corrispondenze col suo pensiero, che io condivido in larga parte, solo che ciò che lui veemente critica per me è un’attrattiva (quello stesso manierismo che tu indichi, credo, e poi quello che lui chiama “il replay al rallentatore” XD). Così come al contrario non amo la sua, di scrittura.
      Questo per dire che per quanto non sia una della scuola che crede che i libri vadano a gusto e quindi non esiste una critica oggettiva, perché “ognuno la pensa come vuole”, è anche vero che ognuno legge i libri che gli vanno comodi, e questo è decisamente un fattore personale.
      Magari McEwan ti starà sempre un po’ sulle scatole, insomma. Oppure come Baricco il suo libro adatto a te lo trovi. Ti dico… Chesil Beach che a Baricco tanto piace per me è insulso, fu una delusione pazzesca. “Sabato” e “L’amore fatale” non sono tra i miei preferiti, soprattutto il secondo. Niente che possa conquistare…
      Posso dirti che, secondo me, potresti trovare pane valido tra quelli che sono i suoi migliori, e forse i più “crudeli”. Il giardino di cemento, Cortesie per gli ospiti, Espiazione. I primi due sono pure brevi.
      (Miele ha decisamente un ritmo più pigro)

  4. Pingback: In cerca di Salinger, Ian Hamilton (e il diritto al silenzio) | lepaginestrappate

  5. Ma come siete bravi! Critiche elaborate, costruite molto strutturate, io dico solo che il libro e’ scritto benissimo,con un uso del linguaggio strepitoso, ti prende,ti porta dove vuole e poi ti stupisce e ti sconcerta. Molto studiato, e’ un vero esercizio di scrittura creativa, molto bello, che invidia saper scrivere così.

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