Libri che leggi tutto d’un fiato. “Il senso di una fine”, J. Barnes

“Il senso di una fine” è un libro bello. Anzi, è un libro bellissimo.

Molti lo leggeranno, credo, dato che in Inghilterra ha vinto un grosso premio e in Italia è uscito con Einaudi. Se ne sta parlando tanto, in fin dei conti: è uno di quei libri che ti passano sotto gli occhi mille volte, e che poi, in qualche modo, finisci per ritrovarti in mano.

Molti lo leggeranno e lo troveranno un libro brutto. Anzi, un libro bruttissimo.

Sembra, frugando qua e là le recensioni “autorevoli”, le grandi firme dei quotidiani e della critica, che le opinioni rispetto a questo romanzo  siano incredibilmente discordanti, decisamente agli antipodi. Osannato o criticato – senza molte vie di mezzo. Un po’ come con i libri Baricco. O i film di Bertolucci. O la Coca Cola.

Per quanto mi riguarda, appartengo all’ingenua, bovaristica, affamata schiera dei lettori che ancora, in buona parte, giudica un libro per la capacità di appassionarli: libri da leggere tutti d’un fiato, eccoli!, quelli che ti prendono per la gola e ti serrano la lingua e non ti mollano più, non finché non ci sei arrivato in fondo. Anche le gambe sono serrate, per quelle sempre troppo veloci ore di lettura, quando persino andare in bagno viene posticipato alla fine del capitolo successivo.

Ancora un capitolo, poi lo faccio.

Un altro.

Uno! Giuro!

“Il senso di una fine” fa un po’ così… Ti piglia. Ti seduce. Stuzzica la tua voracità di lettore.

E forse è questo che si può rinfacciare a Barnes, il fatto che consapevolvemente, con una maestria un po’ affettata, veste di frivolezza la propria narrativa e la profondità dei contenuti. Cerchi il mio palato, Barnes, nella fascinazione dei dettagli intimi, nella marcatura dei difetti dei personaggi – così deboli, così frustranti, così simili a me e mille altri come me, nel misterononmistero la cui risoluzione continui a rinviare, capitolo dopo capitolo, nell’amore e nella sua assenza. Lo cerchi – io lo so, tu lo sai – e lo seduci. E ci riesci.

Nonostante la trama non sia poi così intricata o mirabolante, pur con un finale abbastanza rocambolesco da essere inaspettato. Anzi, la trama è talmente esile e vaga da portare il lettore a chiedersi come si sia arrivati fino alla fine, con tali premesse.

Il protagonista, Tony, è un uomo medio che è stato un ragazzo medio e ha una vita media. Però chiamarlo protagonista è strano, perché è protagonista del romanzo, ma non della vicenda che il romanzo narra. E’ lui la voce del racconto, ma “Il senso di una fine” è il senso di una morte – non la sua, non per mano sua. E’ la ricerca del senso del suicidio del suo amico Adrien, il geniale e perfetto ragazzo che ha conosciuto a scuola e che negli anni del college gli ha soffiato la ragazza, la strana e inafferrabile Veronica.  Adrien si è ucciso poco più che ventenne in modo tanto limpido quanto atroce: una filosofica scelta di fine documentata da lettere, motivazioni, li.

Eventi sepolti nella memoria, distorti dal tempo, che vengono riportati a galla quarant’anni dopo da un’inattesa eredità, da parte della madre di Veronica direttamente a Tony.

E allora Tony, il medio, codardo, pensionato Tony raschia il fondo del passato e cerca la verità della scelta di Adrien e di quella di Veronica nei ricordi della giovinezza. E cerca il proprio ruolo in tutto ciò, perché è sicuro di aver avuto almeno un significato negli eventi che si sono succeduti.

“Il senso di una fine” è una rete di ricordi narrati da un’unica voce. E il senso di questi ricordi è personalizzato, a volte errato, a senso unico. Fallibile. Indubbiamente rielaborato sotto la spinta delle emozioni, soprattutto quelle negative – il sentimento di inferiorità verso un amico idealizzato, il rancore verso un’ex fidanzata. Non c’è contradditorio né sicurezza in ciò che Tony ci racconta.

«All’improvviso mi sembra che una delle differenze tra la gioventú e la vecchiaia potrebbe essere questa: da giovani, ci inventiamo un futuro diverso per noi stessi; da vecchi, un passato diverso per gli altri».

Si può criticare a Barnes di nasconderci la verità attraverso i palesi errori di giudizio e di memoria di Tony. Che è nel revisionismo che la sua mente ha operato sul passato che è nascosto il mistero.

Oppure si può lodare Barnes per aver saputo raccontare una storia attraverso un unico e assoluto punto di vista, senza narratori assoluti e onniscienti, senza verità palesi agli occhi del lettore.

Non è forse così che il passato si tinge nei nostri ricordi?

La memoria si modella secondo i nostri pensieri, si deforma. Il tempo si adagia sui ricordi come spessi veli semitrasparenti.

“Il senso di una fine” è questo, ma è anche la capacità incredibile di Barnes di descrivere il quotidiano in modo intimo e credibile. I piccoli dettagli dell’adolescenza. La fissazione sul taglio delle patate. Le personali sofferenze del disagio e dell’inospitalità. La sensazione di inadeguatezza che certe situazioni e persone sempre ci istigano.

Tutto ciò c’è, ed è vivo e vibrante. La voce di Tony – la scrittura di Barnes – scivola fluida eppure profonda… come l’acqua, che fa da filo conduttore ai ricordi che si dispiegano durante la narrazione.

“Il senso di una fine” è un romanzo di ricordi, errori, e morte. Anche di destino, e di fallibilità.

Ma, soprattutto, è un bellissimo romanzo.

Ricordo in ordine sparso:
-un lucido interno polso;
-vapore che sale da un lavello umido dove qualcuno ha gettato ridendo una padella rovente;
-fiotti di sperma che girano dentro uno scarico prima di farsi inghiottire per l’intera altezza di un edificio;
– un fiume che sfida ogni legge di natura, risalendo la corrente, rovistato onda per onda dalla luce di una decina di torce elettriche;
– un altro fiume, ampio e grigio, la cui direzione di flusso è resa ingannevole da un vento teso che ne arruffa la superficie;
– una vasca da bagno piena d’acqua ormai fredda da un pezzo, dietro una porta chiusa”.
L’ultima immagine non l’ho propriamente vista, ma quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni.


Il senso di una fine
Julian Barnes
2012
Supercoralli
pp. 160
€ 17,50
ISBN 978880621156
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