Inés

Iniziò a contare le stanze il giorno in cui posò per caso gli occhi su un volume di Inés dell’anima mia*: era incastrato tra due delle librerie metalliche della biblioteca, scivolato durante il giorno da una mano maldestra che non si era curata di raccoglierlo e rimetterlo al proprio posto, sullo scaffale sotto il cartellino azzurro “Letteratura dell’America Latina”.
Inés dell’anima mia, lesse lentamente lei, distogliendo lo sguardo con un po’ di imbarazzo dalla foto in bianco e nero che faceva da copertina, il busto di una donna nuda.
Inés dell’anima mia, e rise, perché non era forse tanto simile al modo in cui la chiamava un suo lontano e passato amore? Inés dai fianchi larghi, le mormorava, osservandola e componendo con lunghe pennellate immagini sulla tela. Inés dal respiro corto, quando lei superava la soglia della piccola mansarda in cui lui viveva, affannata dall’infinita serie di gradini spigolosi. Inés dai troppi segreti, perché a volte lei si perdeva dietro propri pensieri che si rifiutava di condividere.
Era trascorso tanto tempo – tanto la sua vita era cambiata – da allora.
Si permise per qualche istante di sfogliare le pagine e sfiorare con la punta di due dita linee di parole casuali. Muoveva le labbra al ritmo delle sillabe, lasciando che i suoni si sciogliessero con lentezza ed estraneità sulla sua lingua. Si sentì impacciata – la voce che si incagliava di incertezza tra le lettere – e improvvisamente triste, sola in quelle stanze deserte.
Inés che viene da un Paese lontano. Inés che parla una propria lingua. Inés silenziosa e malinconica.
Richiuse il volume e lo infilò al proprio posto nella libreria, lanciando una rapida occhiata al carrello carico di scope, strofinacci e detersivi che l’attendeva al suo fianco.
“Inés, es tarde!” borbottò tra sé e sé, riprendendo il proprio lavoro. Scosse il capo nel tentativo di allontanare ricordi e nostalgia. I suoi passi risuonavano sul pavimento liscio, superavano le soglie delle stanze scandendo il trascorrere del tempo. Ma lei non aveva fretta: a casa nessuno la attendeva, solo le pareti spoglie di un appartamento un po’ umido e poco arredato aspettavano il suo ritorno.
Sistemò le tracce di coloro che erano passati di lì quel giorno, pensando che forse qualcuno stava facendo lo stesso con quelle dei suoi figli, dall’altra parte del mondo. L’odore pungente dell’alcol le faceva arricciare il naso mentre grattava graffi di cera sui tavolini bianchi e immaginava due bambini chini a impiastricciare coi pastelli colorati dei fogli da disegno. Accartocciò biglietti bianchi fitti di calcoli scritti a matita con una grafia ordinata e tondeggiante, dimenticati da qualche studentessa. Seguì con le dita le scritte incise sul retro di una sedia da qualche ragazzo che aveva approfittato dell’occhio disattento della bibliotecaria. Ognuno di quei dettagli le raccontava una storia, e lei aveva sempre amato le storie.

Fu quel giorno che iniziò a contare le stanze. Fu quasi istintivo.
Uno, due, tre. Bagni. Quattro, cinque. Bancone.
Osservò i pavimenti umidi che rilucevano sotto i neon rettangolari appesi al soffitto.
Uno, due, tre. Pensò che non c’era niente di male dopo tre stanze a tornare a quel volume con la foto in bianco e nero in copertina e che parlava di una donna col suo stesso nome. Una piccola pausa, prima di pulire i bagni, prima di quattro e cinque e bancone e sette e otto e aula studio.
Si sedette su una delle poltroncine rosse accanto alla finestra e aprì il libro alla prima pagina, incoraggiata dal buio che ormai si intravedeva oltre le tapparelle abbassate: nessuno si sarebbe accorto di niente o l’avrebbe disturbata.
Inés che legge e non capisce.
Ma le parole erano belle anche se non le comprendeva tutte e la carta sotto i suoi polpastrelli era ruvida e un po’ ingiallita. Si chiese quante persone avessero tenuto in mano quello stesso volume, prima di lei. Probabilmente tante: era passata solo una volta in biblioteca prima dell’orario di chiusura ed era rimasta disorientata nel vedere in quanti si aggirassero tra quelle stesse stanze in cui lei lavorava sera dopo sera.
“Inés del alma mìa,” disse a bassa voce mentre passava il palmo sulla copertina lucida. La nostalgia della propria lingua e della propria terra le pungeva le palpebre.

Non erano mai che poche righe alla volta, piccole pause tra qualche stanza e l’altra, giorno dopo giorno.
Uno due tre. E si sedeva sulla poltroncina rossa, stringeva tra le mani un volume e seguiva lentamente le parole, mormorandole a bassa voce. Bagni e quattro e cinque. La seconda pagina era più semplice, le parole divenivano pian piano più familiari, si mescolavano a quelle che aveva udito durante il giorno – al supermercato, passando davanti ai vicini, sull’autobus – e alcune non erano più suoni stranieri e inafferrabili, ma diventavano significati, oggetti, sentimenti. Bancone e sei e sette. La poltroncina l’attendeva come una compagna fedele e il cartoncino che aveva infilato tra le pagine avanzava un poco ogni sera. Otto e nove e tavoli. E dopo qualche settimana – Inés dell’anima mia era tornato al proprio posto e vi era stato poi un altro volume, e un altro ancora – desiderò poter tornare nel proprio appartamento con la compagnia di quei personaggi e il conforto di una lingua che non le era più tanto sconosciuta. Forse, rifletté, un giorno sarebbe venuta lì nella biblioteca durante il giorno, come tutti gli altri, e sarebbe tornata a casa con un libro nella borsa, pronto a farle compagnia. Nel frattempo, scriveva lettere ai suoi figli narrando racconti di quelle storie, cercando di trasferire nelle proprie parole la vividezza di quelle immagini e sensazioni, e sperando finalmente di poterle condividere con loro di persona un giorno.
Inés che vi ama, si firmava ogni volta.

Fine

Note:
*Inés dell’anima mia: romanzo di Isabel Allende.

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7 pensieri su “Inés

  1. pensa. quando ho letto il titolo del post sulla notifica mail ho mormorato mentalmente “inés dell’anima mia”. questo libro mi sa che sta sullo scaffale in soggiorno da quando ero piccola. e non l’ho mai letto. il titolo invece devo averlo letto e spesso. l’ho percorso con gli occhi talmente tante volte, coscientemente o meno, che mi suona vivido e chiaro, è un suono che ha una forma precisa. tanto da rendermi incapace di pensareleggeredire “inés” senza aggiungere il resto.
    (ma scrivi proprio bene tu eh. è davvero un piacere creare immagini sulle tue parole. mica tutto ciò che leggo mi fa questo effetto.)

    • Quel romanzo (che in realtà non è un granché, è piacevole, di Isabel Allende ci sono libri stupendi e libri che è meglio evitare, è un fiftyfifty XD) ha un titolo che attira un sacco, secondo me. Rimane impresso. Decisamente ne sei la testimonianza 🙂
      Sull’ultima cosa che hai scritto arrossisco molto e ti ringrazio ancor di più ♥ davvero

  2. Io non so neanche trovare le parole per commentare questo racconto. Tu dici che è poca roba, a me emoziona tantissimo. Grazie per averlo scritto. ♥

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