La merlettaia

Scritto per il Concorso Rivesti L’Eroe de La Stampa.
Loro lo definiscono “racconto”, ma il limite parole era tanto basso che tutt’al più si poteva scrivere una scenetta. Giust’appena.

Ecco, diciamo un disegnino senza disegno.

Il tema dato era “Il bivio”, io poi ho scelto una citazione tra quelle proposte.
Anna in vestaglia grigia, coi capelli neri tagliati corti a spazzola sulla testa rotonda, sedeva su di un letto basso. Come sempre, alla vista del marito, l’animazione sul suo viso scompave; abbassò la testa e guardò inquieta Betsy. [da Anna Karenina di Lev Tolstoj]

(da Arsenico e vecchi merletti)

La merlettaia

Quando avevo undici anni, la trasgressione aveva il sapore zuccherino della pasta di mandorle, quella che di nascosto acquistavo nella pasticceria Sagassi, grazie ai pochi spiccioli della mia paghetta.

“La robaccia che vendono in quel posto fa solo venire la malattie e le carie ai denti,” aveva dichiarato mia padre, bandendo ogni dolciume dalla nostra casa e dalla mia bocca. Per scrupolo, mi sottoponeva poi a estenuanti e interminabili sedute di controllo nel suo studio dentistico.

Per mia nonna, il problema era un altro. “Quel luogo è maledetto!” sussurrava, serrando le dita intorno a un piccolo crocifisso d’argento fino a far sbiancare le nocche.

Ai miei occhi di bambina, due divieti erano più che sufficienti a creare un’attrattiva.

Perciò ogni giorno, dopo la scuola, mi fermavo al bivio da cui si diramava la via che conduceva alla pasticceria, e mi assicuravo di essere sola. Poi percorrevo quella stradina stretta, lastricata di pietre umide e verdastre, e infine giunta davanti alla vetrina mi concedevo solo pochi minuti di desiderosa contemplazione delle creazioni elaborate – composizioni e sculture in creme e paste colorate, zucchero, cioccolato – e delle forme tondeggianti dei biscotti agli infiniti aromi.

La gente del paese, però, non vi si recava quasi mai: eppure tutti conoscevano la pasticceria Sagassi, grazie alla fama acquisita qualche anno prima, quando il precedente proprietario aveva brutalmente assassinato la moglie nelle cucine.

Anna, si chiamava.

Ma tutti la chiamavano “La merlettaia”, per i pizzi ed elaborati uncinetti che lei stessa creava e di cui si vestiva. Accoglieva i clienti col sorriso sulle labbra e i capelli corti che sbucavano a ciocche sparse da una cuffietta ogni volta diversa. Guardava negli occhi tutti, tranne il marito.

I suoi resti erano divenuti elaborate creazioni accolte all’interno di cestelli di pasta frolla, esibite nella vetrina del negozio.

La nuova proprietaria manteneva la roccaforte della morbosa curiosità tramandando la memoria di quei fatti durante visite guidate ai turisti, che appositamente giungevano nei week-end, stipati nei pullman come sardine in scatola: dalla piazza principale, si addentravano con passo veloce e sguardo famelico nel dedalo di stradine per raggiungere la pasticceria.

Ne uscivano poi con espressione satolla, se per i dolci o il racconto udito, era difficile stabilirlo. Io li spiavo dall’inizio della stradina, a pochi metri dalla piazza, eppure sufficientemente al riparo da non essere notata. Godevo i loro volti, l’accesa gioia che li animava quando lasciavano la pasticceria Sagassi, e intanto affondavo i denti nella morbidezza della pasta di mandorle e sospiravo di piacere.

Verde pistacchio. Rosa fragola. Scura cioccolata.

Ma la mia preferita era la più semplice: pallida – appena dorata dal forno – e tenera.

Solo un reticolo di cristalli di zucchero sulla superficie, intrecciato come un fitto e delicatamente teso merletto.

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3 pensieri su “La merlettaia

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