Estasi (o intossicazioni?) culinarie

Titolo – Estasi culinarie
Titolo originale – Une gourmandise
Autore – Muriel Barbery
Casa editrice – edizioni e/o
Collana – Dal mondo (Francia)
Pagine – 142
Prezzo cartaceo – € 15,00
Prima pubblicazione – 2000

Che parla di… Le ultime ore di vita di monsieur Arthens, il più grande critico gastronomico del mondo. Tronfio, egocentrico, insopportabile e arrogante despota, giace nel letto consapevole della propria sorte e, in quegli ultimi momenti, ha un solo desiderio: riportare alla memoria e ai sensi un preciso gusto, un sapore (e un’emozione) sepolto tra gli strati della sua memoria e delle sue infinite esperienze culinarie. Inizia così un viaggio tra i ricordi, tra le sensorialità che hanno scandito la sua vita, tra il primo assaggio di sashimi, la sensualità di cucine speziate, l’abbondanza dei pranzi dai nonni nella sua infanzia, e così via. Si alternano ai ricordi le voci dei personaggi che assistono alla sua morte. Figli, nipoti, discepoli, cuochi, animali, amanti, moglie, barboni… Ognuno ha la propria voce per esprimere quanto sia, essenzialmente, grandioso ed insopportabile quest’uomo.

Insomma, se vi ispira la trama:

L’eleganza del riccio, successivo e più famoso romanzo di Muriel Barbery, non mi è piaciuto.  D’altro canto, la trama mi è parsa curiosa, l’idea della polifonia di voci narrative interessante, il richiamo all’adorabile film Ratatouille istintivo, e il fatto che parlasse-elogiasse-raccontasse il cibo e la sua sensorialità irresistibile. Si può quindi dire che pregiudizio e aspettativa si bilanciassero piuttosto equamente.

Il giudizio finale, però, non è granché positivo. Sì, senza dubbio Estasi culinarie è un romanzo che esalta il cibo e la sua relazione con l’uomo, che racconta come la sensorialità fissi e narri le nostre esperienze. Carino. Fa venir l’acquolina in bocca qua e là. Ma non è abbastanza.

Il senso del romanzo credo sia quello di mostrare l’infinita ricerca dell’uomo – Arthens persino sul letto di morte non accenna a rinunciarvi, insiste insiste fino ad avere una risposta all’esistenziale (?) domanda: quale è quel dimenticato e tormentoso sapore che cerca strenuamente di riportare alla memoria? La madeleine di Proust diventa qui un loop infinito, un motivetto ricalcato fino all’esasperazione. Ogni cibo diventa protagonista di un capitolo che si assurge a sua esaltazione: ogni.singola.pagina è un’elencazione iperaggettivata di sensazioni, sapori, odori. Ogni cosa è magnifica e aulica. Ogni assaggio è mistificato in un’aurea di divina trascendenza.

Persino il canee qui si ride – è oggetto di culinaria santificazione, col suo “profumo di pan brioche tiepida, di lievito caldo” che “faceva venire voglia di addentarlo”. (Barbery, ti è scappata un po’ la mano).

L’effetto finale è ridondante, esasperato. Giust’appena alleggerito dalle pagine che raccontano i punti di vista dei personaggi che lo circondano, a volte curiose, a volte melodrammatiche, che ci rendono l’occhio esterno della caratterizzazione del protagonista. Ma che in realtà dicono tutti la stessa identica cosa: Arthens è tremendo, freddo, egoista, odiato e al contempo amato.

Il viaggio verso il finale – e finalmente la risposta della ricerca – diventa a un certo punto una corsa a zig-zag tra ripetitive descrizioni. Qualche paragrafo saltato, qualche pagina letta distrattamente. Giusto per non farsi sommergere troppo da quella sovradescrizione sensoriale che finisce per rendere uguali tutti gli odori e i sapori. La sensazione è la stessa che si prova dopo aver annusato ottocentocinquanta profumi per cercare quello da acquistare. O all’ingresso da Lush. O la stucchevolezza della visita in una fabbrica di caramelle.

E allora dove diamine vuole portarci Arthens? Tra banchetti di alta cucina, esperienze uniche, ricordi d’infanzia?

Il recupero dei gusti semplici – lui che ha sempre osannato la cucina resa arte e alti ristoranti – è interessante. La cucina delle nonne, insomma. Quella che sempre e comunque si lega a un’emozione e a una storia, oltre che alla ricchezza del gusto.

Il finale che mi aspettavo dopo tutto questo gusto è che ciò che cercava Arthens fosse finalmente l’assenza del gusto. (O forse ero io che mi auguravo una pausa da tutte queste descrizioni.) Oppure la genuità estrema, il gusto più semplice ed essenziale.

Invece no. Il gusto finale è il pessimo industriale: Arthens si spoglia di qualsiasi velleità e sceglie la mollezza artefatta di un bignè da supermercato. La scelta della Barbery non è ovvia, è solo insensata. C’entra, giusto per rimanere in termini di cibo, come i cavoli a merenda.

Salviamo qualche descrizione e passaggio; qualche voglia di cucina francese; la figura del protagonista. Stop. E poi passiamo oltre – a un bel piatto di pasta, ad esempio, che sono le otto di sera.

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