La sposa promessa (sguardo intimo sulla comunità ortodossa)

 

Ieri sera. Alle 21 in punto ero seduta in sala, nel cinema comunale della mia città. Poltroncine di velluto mezze sfondate, per cui dovevi stare un po’ sollevata per vedere bene davanti a te, una tavoletta di cioccolato bianco in mano da scartare piano piano – che poi ti guardano male, altrimenti, ché non è mica uno di quei cinema in cui ravani in un bidone di pop-corn, mastichi gommose caramelle a bocca aperta fino a dislocarti la mandibola e bevi la coccacola con la cannuccia e il risucchio.

Ed è stato bello così, in quella sala intima e tranquilla, guardare un film che parla di un mondo lontano anni luce da quello in cui vivo.

La sposa promessa è un film israeliano ambientato nella comunica ortodossa di Tel Aviv. Ci rappresenta e mostra questa comunità, ferma e fedele alle proprie infinite tradizioni e gerarchie. Quasi un documentario di vestiario, preghiere, rapporti. E personaggi e sentimenti.  La sposa promessa pare voglia mostrare allo spettatore occidentale come la propria realtà apparentemente fredda e impostata sia in realtà vibrante di emozioni e umanità: non c’è alcuna critica verso la chiusura e rigidità della comunità ortodossa, solo narrazione.  (La regista è parte di quella stessa comunità)

La storia è dolorosa, poi romantica, in generale semplice – la protagonista, alla vigilia dell’ufficializzazione del proprio (desiderato) matrimonio combinato deve affrontare la morte della sorella durante il parte e le spinte della famiglia perché sposi il marito ora vedovo. Allo svelarsi della cosa ero pressochè orripilata. Oltrechè stranita da questi uomini e donne che si sposano senza conoscersi (nel 2012!), che non possono toccarsi, che cantano a tavola duemiliardi di preghiere. Da questi copricapi per le donne sposate, l’urgenza dei matrimoni per le giovani ancora nubili, i copricapi “pelosi”-barbe-ricciolichescendono degli uomini. E così via.

Poi non so bene che accada.

Credo che il merito sia nella poesia del film. Ma inizi a vivere i silenzi e gli sguardi, le emozioni forti contenute dalle regole formali, persino la sessualità e il desiderio pur nell’assenza di contatto, a cogliere la quotidianità e sincerità di questa realtà così lontana.

Un film lento, di poche parole, molte immagini, innumerevoli riti. Non è un film capolavoro, né una storia mozzafiato. Ma è una splendida occasione per uno sguardo intimo a una realtà diversa.

All’uscita dal cinema – ancora emozionate e coinvolte – attraversata la strada, eccoci di fronte a un negozio cinese di lingerie e “costumini sexy” di pessima qualità e ricercata volgarità. Ritorno a strappo al nostro mondo.

 

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