A velocità supersonica, “Viaggio in Paradiso” di Mark Twain

 

« Un’arpa, un libro di inni, un paio d’ali e un’aureola, il tutto misura tredici per il capitano Eli Stormfield di San Francisco! Consegnategli un attestato di sanità e lasciatelo entrare. »

 

In edizione Passigli

C’è un sottile piacere nello scovare e leggere un’opera minore di un grande scrittore. Chi mai altrimenti avrebbe letto questo Viaggio in Paradiso, un racconto ironico-fantascientifico di meno di cento pagine e con più cento anni?

Ma, invece, quel gran maestro della letteratura americana che è Mark Twain garantisce che l’occhio si posi su questo libricino curioso. E meno male, perché è un peccato perderselo.

Capiamoci, non è un capolavoro. Non è la Grande Opera Americana, né la Grande Opera Religiosa, né la Grande Opera Filosofica: è però una lettura leggera e divertente che in qualche modo contiene (e in parte prende in giro) tutte e tre le cose.

Ma cosa è questo “Viaggio in Paradiso”?

Beh, proprio quel che suggerisce il titolo. I primi stralci di questo “viaggio” furono in realtà raccontati a Twain da un marinaio (1866), una quarantina di anni prima della pubblicazione del romanzo. Tale marinaio rallegrò le lunghe ore trascorse in nave per raggiungere il Nicaragua, narrandogli le proprie memorie di quando ero morto e poi, a velocità supersonica, era schizzato verso il Paradiso, dove aveva vissuto avventure e fatto i più strambi incontri.

M. Twain

Non ci è dato sapere quanto Twain abbia pensato che il marinaio fosse pazzo (o ubriaco), fatto sta che zitto zitto mette da parte la storia. Ne rielabora appunti e primi frammenti. Scrive, riscrive, edita, cancella, riscrive. E tra il 1907 e il 1909 finalmente ne pubblica prima alcuni estratti e poi l’intera opera. Captain Stormfield’s Visit to Heaven, si intitola, ed è l’ultima pubblicazione di Twain prima della propria morte.

È il Capitano Stormfield il protagonista, un vecchio lupo di mare che muore alle 12 e 14. E se si inizia questo breve romanzo con l’idea che magarimagari sarà poi una noia tremenda, che si sa come sono questi “libri vecchi”… poi bastano le prime due pagine per ricredersi, quando si sta tra i pensieri di Stormfield che poveraccio attende di morire senza capire bene che succede, surrealmente circondato dal resto della ciurma che sta lì a contare i minuti alla sua morte.

« Gli do dieci minuti. »
« Tutto pronto, Chips? »
« Tela, palla di cannone e il resto, signore. »
[…] « Credete che sia preparato per il trapasso? »
« All’inferno? Oh, credo di sì. »
« Credo non ci siano dubbi. »

E in effetti lo stesso Stormfield di dubbi ne ha ben pochi. E quando come un missile schizza verso l’aldilà, certo non si aspetta che – sorpresa delle sorprese! – la sua reale meta sia il Paradiso.
Peccato che arrivarci non sia così semplice: c’è da caricarsi di compagni di viaggio a volte noiosissimi e insopportabili, c’è da destreggiarsi col timone nello spazio, che non è mica facile!, e nel corso degli anni di viaggio per passare un po’ il tempo si finisce per fare le gare di corsa con le comete… Ed è così che Stormfield sbaglia strada, e finisce nel Paradiso degli “extra-terrestri” che lo guardano con infinita sufficienza quando scoprono che viene da quel piccolissimo e tanto giovane pianeta che loro chiamano Verruca.

Per fortuna poi viene indirizzato al Paradiso terrestre, dove tutto è e non è come se lo aspettava.

All’ingresso si riceve un simpatico kit completo. Ali, arpa, libro degli inni, aureola. Tutto l’armamentario necessario. Perché è proprio questo che ci si aspetta, quando si va in Paradiso, giusto? Di starsene tra le nuvole con le ali piumate e cantare inni e strimpellare sull’arpa. Peccato che sia un po’ una palla e Stormfield di motivetti da suonare ne conosca uno. Per non parlare delle ali, poi… Scomodissime e difficilissime da imparare a usare, che provocano al povero Stormfield non poche seccature, finché non si adatta all’andazzo collettivo e decide di metterle nell’armadio da usare solo nelle occasioni.

È così che va avanti il suo viaggio di scoperta del Paradiso, un Paradiso assolutamente divertentissimo e a modo suo irriverente. Twain che – più di un secolo fa – ci infila neri, ebrei e suicidi. Che elegge la meritrocrazia e l’esaudimento dei desideri personali come regola per la gerarchia: e così eccolo, lo sconosciuto soldato e il ciabattino che sono più noti dei grandi della storia, o il poeta ridicolizzato in vita che viene omaggiato da Omero e Shakespeare.
Povero Napoleone, tutto seccato, che si aspettava una posizione migliore in Paradiso!

In Viaggio in Paradiso si ride di gusto e con intelligenza.

Soprattutto nelle ultime paginette, una lettera burocratica dell’angelo del protocollo a tal Andrew Langdon in risposta alle preghiere di quest’ultimo. Ed eccole, accordate/sospese/in compromesso… richieste di profitto, di morte altrui, di cicloni, di maledizioni.

Perché insomma, c’è spazio per i desideri di tutti, lassù.

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